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Felice Gimondi, campione immortale

Il “ragazzo di Sedrina”, come era chiamato Felice Gimondi, ci ha lasciato improvvisamente ieri, ma le sue gesta sportive, la sua tenacia, il suo stile e la sua personalità rimarranno vive per sempre.


Ieri sera, 16 agosto, è arrivata una notizia pesante come un macigno. Una di quelle che non si vorrebbero mai ricevere. Colpito da un malore mentre stava facendo il bagno in mare, a Giardini Naxos di Taormina (CT), ci lasciava Felice Gimondi, uno dei più grandi campioni del ciclismo mondiale. Avrebbe compiuto 77 anni il 29 settembre, qualche acciacco non gli impediva di pedalare ancora quotidianamente, conducendo un vita più che attiva.

Per quelli come me, nati negli anni ’60, Felice Gimondi rappresentava il mito, la chiave di accesso che apriva la porta sul mondo. Nel nostro quartiere milanese, tutti noi ragazzini avevamo una bicicletta. Chi da passeggio, chi da donna, i più fortunati da cross (Saltafoss) o addirittura da corsa (Rossignoli). Partigiani di Felice Gimondi oppure di Eddy Merckx, non esistevano altri idoli del pedale, era sempre una sfida “Italia contro resto del mondo”. D’estate, al mare, la biglia di Felice Gimondi si prendeva puntualmente la rivincita sulle piste di sabbia, quando Eddy Merckx batteva Gimondi su strada.

La TV in bianco e nero e i quotidiani dell’epoca narravano le epiche imprese di Felice Gimondi. Vittoria al Tour de France 1965, all’esordio nella Boucle. Giro d’Italia 1967, 1969, 1976. Vuelta a España 1968. Campione del Mondo 1973, vincitore in maglia iridata alla Milano-Sanremo 1974, centro alla Paris-Roubaix 1966, poi Giro di Lombardia 1966 e 1973. E tanti altri successi, 183 in carriera, incluse due Sei Giorni su pista al Vigorelli di Milano. Spesso, davanti a lui, il “cannibale” Eddy Merckx, l’amico-rivale che lo ha relegato in più di una occasione al posto d’onore. Ma giungere secondo dietro al fuoriclasse belga poteva veramente essere considerato un onore e non una sconfitta. Gimondi ha sempre avuto una tenacia straordinaria, dote che ha mantenuto anche dopo la sua brillante quindicinale carriera da professionista. Un campione e un uomo dalle caratteristiche non comuni. Elegante e stiloso in sella, pur pervaso dall’ardore agonistico, pacato e calmo fuori dalle corse. Un eroe, non di guerra ma di pace, in grado di trasmettere i valori più autentici e genuini dello sport.

Dopo il ritiro dalle competizioni, Gimondi ha ricoperto il ruolo di direttore sportivo alla Gewiss-Bianchi dal 1988 al 2000, per poi diventare presidente della Mercatone Uno, la squadra di Marco Pantani. Molto stretto il legame tra lui e Bianchi, per la quale corse dal 1973 al 1979, restandovi poi legato in veste di consulente fino a ieri. Noi di Tech-Cycling lo incontravamo sempre alla presentazione annuale del Team Bianchi MTB, di cui Gimondi era presidente. Un vero gentleman, dall’animo buono e sincero. Quasi un padre, per tutti. Ma anche un ottimo manager, consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti. Curioso notare come se ne sia andato proprio nell’ultimo anno di attività del team da lui creato nel 1990.

Con Felice Gimondi se ne va una grande fetta di storia ciclistica e sportiva d’Italia e del mondo. I suoi trionfi e i suoi secondi posti dietro a Eddy Merckx, che valgono praticamente come vittorie, resteranno indelebili nei cuori di tutti noi, le sue gesta e il suo carattere lo hanno reso immortale. A lui sono tuttora dedicate la Granfondo Gimondi-Bianchi in bici da corsa, a Bergamo, e la Gimondi Bike in MTB, a Iseo (BS). Il suo ricordo sarà tramandato di generazione in generazione.


Articolo a cura di Roberto Chiappa

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