Olimpiadi, la pista italiana vale oro

Il successo di Elia Viviani nell’Omnium porta il primo oro del ciclismo italiano a queste Olimpiadi, dopo il bronzo di Elisa Longo Borghini nella prova su strada, ma tutti gli atleti azzurri in pista si sono comportati benissimo, andando oltre le aspettative. Bilancio positivo, ma occorre rilanciare l’attività in pista, autentica miniera dove scoprire nuovi talenti.

Erano 20 anni, dai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, che l’Italia non conquistava una medaglia d’oro nel ciclismo su pista. Allora ci riuscirono Andrea Collinelli (inseguimento), Silvio Martinello (corsa a punti) e Antonella Bellutti (inseguimento). Poi arrivò il bronzo nell’americana di Sydney 2000 con Silvio Martinello e Marco Villa, attuale CT della Nazionale pista. E poi più nulla. Fino a ieri, giorno di Ferragosto, quando Elia Viviani ha riscattato le delusioni londinesi (Olimpiadi 2012 e Mondiali 2016), correndo le sei prove dell’Omnium con grande acume tattico, controllando sempre la situazione e gli avversari, non facendosi mai intimorire dalle circostanze apparentemente avverse (settimo dopo lo scratch, prova di apertura delle sei che compongono l’Omnium), né dalla caduta al 108° giro della corsa a punti, causata dall’inglese Mark Cavendish che toccava il coreano Sanghoon Park, dando origine a una carambola che falciava l’australiano Glenn O’Shea e il nostro Viviani.

Un Omnium costruito prova dopo prova, e dopo il settimo posto nello scratch è arrivato il terzo nell’inseguimento (migliorando di 3” il proprio record personale), la vittoria nell’eliminazione, il terzo tempo nel km da fermo (anche qui record personale limato di 3 decimi) e il secondo posto nel giro lanciato (altro primato personale, con 12”660). Fino alla prova conclusiva, la corsa a punti, dove il veronese ha collezionato il 5° posto con 29 punti, dietro a Mark Cavendish con 32, al tedesco Roger Kluge con 33, allo scatenato danese Lasse Norman Hansen con 40 e al colombiano, Campione del Mondo in carica, Fernando Gaviria con 41. Ma il vantaggio di Viviani era tale da potersi prendere la libertà di controllare, saggiamente, tutti i suoi avversari diretti.

Totale, 207 punti per Elia Viviani, oro strameritato, 194 per Mark Cavendish, che aggiunge una medaglia olimpica che ancora mancava al proprio palmares, 192 per Lasse Norman Hansen, bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012 e ieri quasi incontenibile, se nella corsa a punti fosse previsto un premio per chi avesse percorso più km in testa, sarebbe stato indubbiamente suo.

Una medaglia fortemente voluta fin dalla sconfitta di Londra 2012, quando Viviani dilapidò all’ultima prova dell’Omnium, la corsa a punti, il vantaggio accumulato nelle precedenti cinque. L’amara esperienza ha portato consiglio e saggezza nel cuore di Elia Viviani, che ieri ha corso con la tranquillità di un veterano, senza sbavature tattiche.

Ed è una medaglia che ripaga tutta la Nazionale italiana di ciclismo, in credito con la fortuna per la caduta di Vincenzo Nibali nella prova su strada (a proposito, Nibali ha corso la gara con ruote Lightweight anziché con le sue abituali Corima). E gli altri azzurri in pista, pur non avendo arricchito il medagliere, hanno fornito prove molto convincenti, migliorando record collettivi e individuali. Nell’inseguimento a squadre femminile, le nostre Francesca Pattaro, Silvia Valsecchi, Tatiana Guderzo e Simona Frapporti hanno stabilito il nuovo primato italiano (4’22”964), chiudendo al sesto posto. Il quartetto maschile, allestito solo pochi giorni prima per la squalifica della Russia, è giunto sesto centrando il primato italiano (3’55”724). Simone Consonni, Liam Bertazzo, Filippo Ganna, Francesco Lamon e Michele Scartezzini rappresentano il futuro della pista, il cui bacino sfocia sovente su strada, fino a raggiungere il professionismo.

Fino ai primi anni ’70, l’Italia dominava la scena internazionale della pista. Poi un lento declino, causa diminuzione degli investimenti, spostati verso altri settori. Così nel nostro Paese, indiscusso leader storico nel campo ciclistico, contiamo oggi più di 16.000 campi di calcio e solo 32 velodromi, dei quali soltanto uno (quello di Montichiari) con fondo in parquet, coperto e omologato per gare internazionali (lunghezza pista 250 metri). Gli altri sono in cemento, resina-cemento o asfalto, tutti scoperti e lasciati alla gestione dei privati, spesso con pochissime risorse economiche a disposizione. Ed è un peccato, perché un velodromo, possibilmente coperto, consentirebbe l’attività di tantissimi giovani, che potrebbero avvicinarsi al ciclismo scoprendo nuove divertenti discipline, anziché essere inevitabilmente indirizzati verso la sfera di cuoio e le scarpette chiodate.

L’Australia ha 59 velodromi, la Germania 24, il Giappone 68, gli USA 28, l’Inghilterra 21 (più 3 in Scozia, 3 nel Galles e uno in Irlanda del Nord). Tutti Paesi con una solida gestione del settore pista, capaci di sfornare periodicamente nuovi talenti da indirizzare poi all’attività professionistica. La medaglia d’oro di Elia Viviani può e deve rappresentare il trampolino di lancio, o rilancio, del comparto pista, che necessita di nuovi investimenti per tornare a crescere. Diversamente, potremmo dover attendere altri 20 anni prima di festeggiare un nuovo oro olimpico.
Articolo a cura di Roberto Chiappa




