Mondiale elite men, Peter Sagan è un “Terminator”

Il 25enne slovacco Peter Sagan annichilisce gli avversari negli ultimi 2 km dei 261 di Richmond. Scatto imperioso sul pavé di Libby Hill e allungo impressionante in discesa, dove fa il vuoto. La volata per l’argento premia l’australiano Michael Matthews davanti al lituano Ramunas Navardauskas. Male gli italiani.

Il tracciato del Mondiale in linea, disegnato nella cittadina di Richmond (Virginia, USA) misurava 16.2 km ed era ovviamente identico a quello pedalato dalle donne il giorno precedente. Gli uomini dovevano però effettuare 15 giri più uno da 18.1 km, praticamente il doppio di quelli previsti per la gara femminile.

Fuga iniziale a quattro, con il “local” Taylor Phinney a riscuotere gli applausi dei tifosi USA. Assieme a lui il canadese Guillaume Boivin, il colombiano Jarlinson Pantano e il bielorusso Kanstantsin Siutsou. Il quartetto procedeva d’accordo fino ai -36 km, quando veniva raggiunto dal gruppo composto da Ian Stannard (GB), Bauke Mollema (N), Tom Boonen (B), Andrey Amador (Costa Rica), Michal Kwiatkowski (P), Dani Moreno (E) e dal nostro Elia Viviani.

Gli avanti accumulavano 30” di vantaggio, ma venivano ripresi sulla salita della 23rd Street, con un solo giro da percorrere. Ai -4 km, sul primo dei tre strappi in salita, provavano a scappare Zdenek Stybar (Rep. Ceca) e John Degenkolb (D), ma la loro azione si esauriva in un amen.

Sul secondo strappo si muoveva Greg Van Avermaet (B), lo slovacco Peter Sagan, copertissimo fino a quel momento, gli prendeva la ruota e lo saltava di potenza, involandosi sul pavé con impressionante facilità.

La dimostrazione di forza di Sagan proseguiva in discesa, dove “Terminator” impartiva severissime lezioni di guida agli avversari, scendendo a velocità quasi doppia e pennellando traiettorie consentite solo ai supereroi. Il suo arrivo a braccia aperte sul traguardo, senza quasi più pedalare, dà l’idea dello strapotere messo in mostra da Sagan negli ultimi 2 km, come da manuale del vero “finisseur”, colui che finalizza le ultime difficoltà assicurandosi il vantaggio per vincere in scioltezza.

Peter Sagan è il primo slovacco nella storia del ciclismo a indossare la “rainbow jersey” del Mondiale, un record che va a impreziosire il suo già pingue palmares. Ha corso intelligentemente, supportato da due soli compagni di squadra, tra i quali il fratello Jurai, stando sempre abbottonato in gruppo, scegliendo l’attimo più idoneo per l’attacco a sorpresa. Veramente bravissimo.

E dopo la finish line, l’abbraccio con la fidanzata e una impennata di esultanza. Un autentico fenomeno.

La lotta per le altre medaglie vedeva prevalere l’australiano Michael Matthews, un po’ seccato per non avere ricevuto, a suo dire, un valido aiuto da parte del connazionale Simon Gerrans. Difficile, per il team australiano, gestire due galli nello stesso pollaio.

Il terzo posto era appannaggio del lituano Ramunas Navardauskas, che dopo avere vinto qualche campionato nazionale in linea e a cronometro ha disputato qui a Richmond la gara della vita, lui che è un buon corridore ma non un certo finisseur né uno sprinter. Considerato che ha corso quasi da solo, vista la pochezza dei suoi due compagni, la medaglia di bronzo è più che meritata.

Quarto posto per il norvegese Alexander Kristoff, che forse più di così non poteva fare, tanto che a fine gara non si lamentava per il risultato.

Quinta posizione per lo spagnolo Alejandro Valverde, matematicamente vincitore della classifica individuale World Tour, che ha corso fortissimo da inizio anno, disputando 86 giorni di gara, con 23 podi e 44 piazzamenti nei primi dieci. Corridore generoso e completo, qui a Richmond è riuscito a inserirsi in una volata a ranghi allargati, situazione a lui meno congeniale. Ma la classe del murciano è emersa anche questa volta. Potessimo averlo noi italiani, un corridore così.

Proprio la pattuglia italiana ha raccolto poco, anzi nulla, in questo Mondiale. Partita con ben 9 uomini, la nostra nazionale non è riuscita a portare davanti né un finalizzatore (Diego Ulissi, Vincenzo Nibali, Fabio Felline) né un velocista (Elia Viviani, Giacomo Nizzolo, Matteo Trentin, Daniele Bennati, Manuel Quinziato). Il fatto di aver perduto a metà gara Daniel Oss per un contatto con un avversario non può certo essere una scusante per la débâcle azzurra. Consentire a Elia Viviani di andare in fuga ai -36 km e poi non supportarlo non è indice di acume tattico. Se la condizione del gruppo era tale da non riuscire ad alimentare una fuga di quel genere, sarebbe stato meglio conservare le energie di Viviani per gli ultimi 2 km, quelli più importanti. Insomma, un altro anno di vacche magre.
Su un percorso del genere avemmo visto bene un fiero lottatore come Alessandro De Marchi. Ma se il CT Cassani non l’ha convocato, avrà avuto le sue buone ragioni, che non discutiamo. Tocca attendere un altro anno per sperare di ritrovare un italiano in cima al podio, cosa che non accade dal 2008, quando Alessandro Ballan vinse sul traguardo di Varese davanti a Damiano Cunego. L’anno prossimo, tutti a Doha, in Qatar.

Ordine d’arrivo
2) Michael Matthews (Australia)
3) Ramunas Navardauskas (Lithuania)
4) Alexander Kristoff (Norway)
5) Alejandro Valverde Belmonte (Spain)
6) Simon Gerrans (Australia)
7) Tony Gallopin (France)
8) Michal Kwiatkowski (Poland)
9) Rui Costa (Portugal)
10) Philippe Gilbert (Belgium)
11) Tom Dumoulin (Netherlands)
12) Alex Howes (USA)
13) Niki Terpstra (Netherlands)
14) Rein Taaramae (Estonia)
15) Viacheslav Kuznetsov (Russia)
16) Nelson Oliveira (Portugal)
17) Yukiya Arashiro (Japan)
18) Giacomo Nizzolo (Italy)
19) Brent Bookwalter (USA)
20) Edvald Boasson Hagen (Norway)
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Articolo a cura di Roberto Chiappa
Foto: © Bettini photo – © TDW Sport




