Varie

A ruota libera con Gianni Bugno

In occasione della presentazione della linea di abbigliamento Santini UCI X Decathlon abbiamo incontrato Gianni Bugno, ospite d’onore dell’evento, e con lui abbiamo parlato del ciclismo di oggi, dei giovani italiani e delle regole UCI, terminando con il suo pronostico sulla Parigi-Roubaix di domenica 12 aprile.

La prima domanda riguarda i percorsi. Gianni è di Monza, abbastanza vicino alla redazione di Tech-Cycling. Gli abbiamo quindi chiesto se si allenava sugli stessi percorsi sui quali siamo soliti svolgere i nostri test.
Si, le mie strade erano quelle della Brianza, il Lissolo era la salita vicino a casa. Da Monza raggiungevo Lecco passando da Colle Brianza, oppure da Monticello e Sirtori. A Lecco potevo scegliere: il giro lungo intorno al lago o il giro corto, Lecco-Bellagio-Como, il cosiddetto triangolo lariano che contiene varie salite (Onno-Valbrona, Ghisallo, Colma di Sormano).

In alternativa mi dirigevo verso la bergamasca, terra di grandi salite. Da quella parte c’era il Culmine di San Pietro, la salita più vicina a casa, lunga e impegnativa, ai miei tempi era sterrata, adesso hanno asfaltato tutto.

Per la cronaca, dalla tintoria di mamma Bugno in viale Libertà a Monza fino al Culmine di San Pietro, passando dalla Val Brembilla, sono 83 km e 1.920 metri di dislivello.

Cosa fai adesso?
Sono in pensione e, come si dice, mi godo la vita. Faccio cose normali, sono in pensione sia dalla bici che dagli elicotteri.

Cosa pensi delle nuove regole UCI?
Ho seguito le discussioni nate intorno alla pericolosità di spingere il pignone da 10 denti, secondo me prima di parlare della pericolosità di un rapporto bisogna vedere quanti corridori sono in grado di spingerlo. Non è che tutti possono dire faccio velocità se metto il 10, il 9 o anche, invento, l’1, la velocità la fai se hai la forza per spingere rapporti lunghi con elevate frequenze di pedalata.

Per quanto riguarda la ridotta larghezza dei manubri è vero che il manubrio stretto rende la bici meno guidabile però i corridori hanno la capacità di abituarsi in fretta, se si cade i motivi sono altri. Forse oggi c’è più irruenza e meno rispetto tra i corridori in gruppo.

Cosa faresti per limitare le cadute?
Le cadute ci sono sempre state, con il concetto stesso di gara creiamo le condizioni per una possibile caduta. Faccio un esempio: se c’è una strada stretta non è che ci entrano tutti, il problema è che quando sei li nella mischia può succedere di tutto, alla Sanremo 2026 sono caduti Van Aert e Pogačar, gente che in bici ci sa andare, nella mischia basta un piccolo errore e c’è la caduta. Forse ai miei tempi c’era un rispetto diverso per qualche corridore ma nessuno, ora come allora, ti dice prego passa prima tu.

Se mi dicono che il ciclismo è pericoloso per via delle cadute allora evitiamo la Roubaix, evitiamo il Fiandre, evitiamo le discese, evitiamo le volate e facciamo solo gare a cronometro… ma su percorsi dritti, senza nemmeno una curva.

La sicurezza in questi anni ha fatto tanti passi avanti, manca l’airbag per proteggere la schiena, quando arriverà i corridori dovranno soffrire un po’ di più perché limiterà la traspirazione. Le corse sono così, non è che puoi dire ragazzi andate piano per evitare le cadute, il bello della Roubaix è la sua difficoltà, ma non è una corsa più pericolosa di altre.

La tua vittoria più importante o quella che ricordi con maggior piacere.
Nessuna in particolare. Sono più importanti le sconfitte perché ti insegnano a vincere.


Gianni Bugno in maglia ciclamino al Giro d’Italia 1994

Cosa manca all’Italia per tornare a recitare un ruolo di primo piano?
Si tratta di un argomento molto ampio. In questo momento serve tutto, non abbiamo più niente. Mi spiego: abbiamo i corridori ma dietro manca la struttura per permettere a questi corridori di andare avanti. Oggi un buon atleta se vuole arrivare al massimo livello deve andare nelle squadre straniere, dove però non sempre ha la possibilità di esprimersi perchè trova dei leader già affermati con i quali la squadra punta ai risultati. Per diventare a sua volta leader, il nostro corridore deve dimostrare qualcosa in più, emergere diventa sempre più difficile.

Se ci fosse una squadra italiana, dove uno o più giovani italiani troverebbero un ambiente più favorevole, con la volontà e il budget per competere con le grandi, questa squadra dovrebbe, per prima cosa, avere una licenza Pro Tour che si ottiene dopo un percorso di anni tra le Continental. Ciò vuol dire investire su un progetto a lungo termine con pazienza e tanti soldi sapendo che il riscontro, a volte, è minimo.

Anche se il ciclismo è uno sport bellissimo che attira grandi masse di spettatori, convincere gli sponsor a investire è più difficile rispetto ad altre discipline. In altri sport la comunicazione è semplice: prendiamo una squadra di calcio, ultima in classifica, quando gioca contro la squadra più forte, può anche perdere 10 a zero, che è come farsi staccare di ruota a 80 km dal traguardo, ma per un’ora e mezza il suo sponsor sarà sempre visibile.

Nel ciclismo si può valorizzare il territorio mostrando la gara e insieme il panorama ma bisogna fare di più per mostrare i corridori e i loro sponsor. Se guardiamo le ultime classiche, c’era solo una squadra, o due, per gli altri rimane poco, in questo modo gli sponsor possono stancarsi di spendere per avere poca visibilità.

La diretta, oggi viene trasmessa in formato integrale ma chi la guarda per cinque-sei ore? Il grande pubblico guarda l’ultima ora e mezza o anche meno. Ma se a quel punto si capisce già come andrà a finire l’interesse diminuisce, se poi si vede quasi esclusivamente quello davanti per gli altri diventa difficile promuovere i propri sponsor.

Ecco, servirebbe una soluzione che porti visibilità per più squadre in modo da proporre un ritorno mediatico immediato e sicuro per gli sponsor. Marchi italiani che possono supportare squadre e corridori italiani.


Giulio Pellizzari e, a destra, Lorenzo Mark Finn

Cosa ne pensi dei due giovani talenti Giulio Pellizzari e Lorenzo Mark Finn?
Pellizzari ha espresso un buon potenziale, è in una squadra che lo ha voluto e crede in lui, hanno già altri leader ma, di sicuro, gli daranno lo spazio giusto per esprimersi e crescere. Lui deve essere capace di cogliere le opportunità che gli si presenteranno, non fare errori e, soprattutto, essere veloce nel raggiungere i risultati perché oggi ci mettono un attimo a metterti da parte. Finn è nella stessa situazione positiva ma è più giovane, ha un più tempo e meno pressione.

Veniamo alla Roubaix. Chi vedi come favorito?
Per come ho visto le ultime gare Pogačar è il più forte. Alla Strade Bianche ha fatto quello che voleva, certo possono dirmi che aveva pochi avversarsi ma alla Sanremo c’erano tutti ed è stato il più forte, anche con la sfortuna della caduta dove ha perso 40 secondi, è ripartito, ha ripreso i primi e li ha staccati. Avrebbe potuto perdere anche un minuto e avrebbe vinto lo stesso.

Se ha corso poco è perchè punta decisamente alla Roubaix. Pogačar sa che per lui è una gara in cui rischia di cadere, farsi male e compromettere la stagione arrivando al Tour de France in una condizione non ottimale. Sa che Van der Poel e Van Aert sono gli specialisti, sono nati lì, sono fisicamente fatti per quel tipo di percorso, sono veloci e Pogačar sa di andare nel loro territorio. Però se lui ha deciso di fare la Roubaix, se si è fissato di vincere la Roubaix, lui vince la Roubaix.

Cosa potrebbe fare Van der Poel per battere Pogačar?
Staccarlo! Oppure cercare di batterlo in volata anche se è una situazione più difficile. Penso che più di tutto VdP voglia staccarlo.


Articolo a cura di Sergio Doria

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio