Doping, ciclismo unico imputato?

Nel giorno in cui emerge un sospetto coinvolgimento della camorra nella sospensione di Marco Pantani al Giro d’Italia 1999, il mondo del ciclismo si interroga sulle oggettive disparità di trattamento in materia di doping tra i ciclisti e gli atleti di altre discipline. Qualche considerazione e la lettera aperta di Cristian Salvato, presidente ACCPI.
I ciclisti? Tutti dopati! Il solito luogo comune, il refrain udito tante, troppe volte da chi il ciclismo non lo pratica né tantomeno lo conosce. Che però, nell’Italia “pallonara” in cui il calcio sembra essere l’unico sport seguito, rappresenta la maggior parte della popolazione.
La realtà disegnata dai mass-media pone troppo spesso sul banco degli imputati il ciclismo come disciplina in cui il doping è praticato massivamente, quasi si trattasse di una inevitabile necessità. Al contrario di molti altri sport, come l’atletica o il calcio, dove i casi di doping accertato sono percentualmente molti meno rispetto al ciclismo, non sappiamo se a causa di una minore frequenza dei controlli oppure perché gli atleti siano realmente “puliti”.

E’ anche vero che prima di lamentarsi delle magagne altrui, è consigliabile risolvere le proprie. Ma il ciclismo negli ultimi anni ha dato chiari segni della volontà di eliminare dai propri ranghi il fenomeno doping, non solo inasprendo le sanzioni ma introducendo una fitta rete di controlli, anche a sorpresa, incrociando i risultati con il passaporto biologico degli atleti. Questo a livello professionistico, s’intende. Perché l’universo amatoriale è un mondo sommerso imperscrutabile.

In favore dei ciclisti professionisti italiani si è mosso Cristian Salvato, presidente ACCPI (Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani), che rivendica i diritti di una categoria pesantemente vessata dai controlli, e riporta un confronto con il calcio internazionale, dove per i sospetti casi di doping non sembrano essere previste contromisure o sanzioni da parte dell’Uefa.
Pubblichiamo volentieri integralmente la sua missiva.
Che la legge sia uguale per tutti
Le ultime risultanze di un’inchiesta anonima commissionata dalla Uefa e pubblicata dal Sunday Times, secondo cui il 7,7 % dei calciatori che hanno giocato la Champions League nel quinquennio 2008-2013 avrebbe dei valori fuori dalla norma nelle urine ci induce a una riflessione che va oltre i numeri, secondo cui su 4.195 campioni anonimi di urine di calciatori analizzati in 12 laboratori, in 879 casi i valori di testosterone sono risultati nettamente oltre il consentito e in 68 situazioni sono state rilevate anche tracce di steroidi anabolizzanti.
Vogliamo andare oltre. E pur annotando la facilità con cui la Uefa stessa ha potuto per ora derubricare l’anomalia (sostenendo in una nota ufficiale che i controlli anonimi e l’impossibilità di effettuare controanalisi rende lo studio inutile, ma ammettendo dunque in forma implicita che di doping potrebbe trattarsi: perché altrimenti parlare di controanalisi?), vogliamo far risaltare il solco profondo che attualmente divide il mondo del ciclismo da tutte le altre discipline, che hanno trascorso gli ultimi mesi a ragionare su record da cancellare, gestendo in modo spesso goffo risultanze ugualmente inquietanti.
Il ciclismo ha intrapreso da anni la via della trasparenza. I ciclisti hanno aderito a ogni forma di protocollo che gli sia stato proposto e/o imposto, per sfatare l’equazione insopportabile ciclismo uguale doping. Addirittura contribuiscono in prima persona ai controlli antidoping attraverso una tassazione sui loro premi mondiali.
I corridori non si sono mai nascosti dietro dichiarazioni o eccezioni regolamentari, ma hanno accettato di fornire ogni tipo di prova biologica – addirittura il proprio DNA – e si sono allineati alla retroattività dei controlli, subendo nel presente sanzioni e squalifiche per errori commessi anni prima.
Ciò che abbiamo letto nelle ultime ore non fa che confermare quanto abbiamo sempre sostenuto: il doping è una piaga che affligge tutto lo sport ed è tanto più diffuso quanto maggiore è l’interesse economico da difendere. Il ciclismo ha scelto di combatterlo a 360 gradi, rinunciando in molti casi ai propri campioni e alle tutele di Palazzo, avendo dagli stessi Palazzi del potere la prima spinta verso tale pulizia.
Il ciclismo, che ha più volte avuto la percezione di essere usato come parafulmine perché non si parlasse di altro, auspica ora che la stessa intransigenza diventi parte integrante della cultura di tutte le discipline sportive, professionistiche o dilettantistiche che esse siano. Auspica che sia sempre meno facile nascondersi dietro eccezioni regolamentari e che tutti coloro che governano lo sport capiscano che soltanto la spinta verso la credibilità totale permetterà loro di investire sul futuro. Concetto che il ciclismo sta applicando da anni e nel quale l’ACCPI, come Associazione che raggruppa i ciclisti professionisti italiani, crede ciecamente.
Cristian Salvato
Presidente Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani (ACCPI)
Articolo a cura di Roberto Chiappa





